
Cosa fa la marijuana all’apparato digerente: dal reflusso all’intestino
Il sistema endocannabinoide lavora dall’esofago al colon: cosa sappiamo su reflusso, acidità, svuotamento dello stomaco e motilità, e dove la cannabis fa danni.
La marijuana agisce sull’apparato digerente attraverso il sistema endocannabinoide, che ha recettori dall’esofago al colon: può toccare appetito, reflusso, acidità, svuotamento dello stomaco e movimenti dell’intestino. A qualcuno questi effetti fanno bene, ad altri creano problemi, e chi ne fa un uso pesante e prolungato rischia guai seri come la sindrome da iperemesi.
I cannabinoidi, cioè composti chimici come il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD), si legano ai recettori del sistema endocannabinoide, che si trovano in tutto il corpo, apparato digerente compreso. Così possono influire su funzioni come l’appetito, la motilità intestinale, la secrezione gastrica e la percezione del dolore, tra le altre.

La scoperta del sistema endocannabinoide nell’apparato digerente
Il compito principale dell’apparato gastrointestinale (GI) è digerire il cibo. Con una serie precisissima di processi lungo il tratto gastrointestinale, il cibo diventa l’energia che serve per tutte le funzioni vitali. È una delle basi della biologia animale, e il sistema endocannabinoide (SEC) è coinvolto in pieno nella regolazione di tutto questo.
Le prime scoperte del SEC nell’apparato gastrointestinale
La prima segnalazione del SEC nell’apparato gastrointestinale dei mammiferi risale al 1995, quando un gruppo di scienziati israeliani guidato da Raphael Mechoulam, lo stesso che aveva identificato per primo il THC, isolò un endocannabinoide, il 2-arachidonoilglicerolo (2-AG), nell’intestino di cane.
Un altro endocannabinoide, l’anandamide, fu trovato più tardi nell’intestino di topo. In seguito, componenti del SEC sono stati individuati in ogni tratto dell’apparato gastrointestinale dei mammiferi.
Dove si trovano i recettori cannabinoidi nell’apparato digerente
I recettori CB1 sono praticamente dappertutto, soprattutto nello stomaco e nel colon, la parte finale dell’intestino. Qui stanno soprattutto nelle cellule epiteliali, quelle che rivestono la parete intestinale. I CB1 si trovano anche nei neuroni che controllano le attività dell’apparato gastrointestinale, in particolare quelli del sistema nervoso enterico.
Anche i recettori CB2 sono presenti nel sistema nervoso enterico, ma stanno soprattutto nelle cellule immunitarie del tratto gastrointestinale.
Lungo tutto il tratto gastrointestinale ci sono anche gli enzimi che producono e degradano i cannabinoidi. E qui troviamo pure la palmitoiletanolamide (PEA), l’oleoiletanolamide (OEA) e altri composti simili.
Queste molecole non agiscono direttamente sui recettori CB1 o CB2, ma si comportano in modo simile agli endocannabinoidi e hanno un ruolo importante nell’apparato GI, soprattutto nel tenere a bada l’infiammazione.
Il sistema endocannabinoide e l’equilibrio dell’apparato digerente
Cannabis e reflusso gastroesofageo
Dopo essere stato masticato, il cibo passa nell’esofago e poi nello stomaco attraverso lo sfintere esofageo. Il rilassamento di questo sfintere è una delle cause principali del reflusso gastroesofageo, un disturbo che nei Paesi occidentali colpisce circa il 20 % degli adulti almeno una volta al mese.
In uno studio clinico del 2009, la somministrazione di 10 o 20 milligrammi di tetraidrocannabinolo (THC) ha ridotto i rilassamenti dello sfintere esofageo, il che fa pensare a un possibile sollievo dai sintomi del reflusso. Gli esperimenti su modelli animali indicano che questo effetto dipende soprattutto dall’attivazione dei recettori CB1.
La marijuana protegge lo stomaco?
Una volta nello stomaco, l’acido cloridrico prodotto dalle cellule della parete gastrica sminuzza ancora di più il cibo. Quando di acido cloridrico se ne produce troppo arriva la cosiddetta «acidità di stomaco», che nei casi gravi può portare a gastrite o ulcere (lesioni della parete dello stomaco).
Già prima che si scoprissero i recettori cannabinoidi, si era visto che il THC dato a ratti con ulcere gastriche provocate da farmaci antinfiammatori riduceva la secrezione gastrica e la formazione delle ulcere: un indizio dell’effetto gastroprotettivo dei cannabinoidi, almeno negli animali.
E non si parla solo di ulcere da farmaci. Nel 2003 si è scoperto che attivare il recettore CB1 poteva ridurre la secrezione gastrica provocata dalla tossina del colera.
Cannabis e svuotamento dello stomaco
Attivare il recettore CB1 nello stomaco può anche rallentare lo svuotamento gastrico, un effetto che pesa nella gastroparesi, una malattia cronica in cui lo stomaco è parzialmente paralizzato.
Chi soffre di gastroparesi ha uno stomaco che si svuota più lentamente, con perdita di appetito, nausea e vomito. Oggi non esiste una cura specifica, ma i farmaci che contrastano l’azione dei cannabinoidi potrebbero essere una strada da esplorare.
Come la marijuana regola i movimenti dell’intestino
Dallo stomaco il cibo deve attraversare tutto l’intestino, così i nutrienti vengono assorbiti e gli scarti eliminati. Succede grazie a un movimento della parete intestinale chiamato peristalsi, una serie di contrazioni e rilassamenti che spingono il cibo dal duodeno verso il colon.
Uno dei difetti della motilità intestinale è l’ipermotilità, una condizione che può portare a un cattivo assorbimento del cibo e a disturbi come la sindrome dell’intestino irritabile (IBS). La motilità intestinale è sotto il controllo diretto del sistema nervoso enterico, una rete di neuroni che lavora in autonomia ed è regolata anche dal SEC.
Nel 1978 si è visto che il THC poteva ridurre la motilità intestinale nelle cavie. Trent’anni dopo è emerso che anche il cannabidiolo (CBD), un cannabinoide non psicoattivo, riusciva a ridurre l’ipermotilità intestinale causata dall’infiammazione, sempre in studi sperimentali.
L’azione di questi fitocannabinoidi, come quella degli endocannabinoidi e dei cannabinoidi sintetici, passa soprattutto dalla stimolazione dei recettori CB1 del sistema nervoso enterico. Una volta attivato, il CB1 riduce il rilascio di acetilcolina (un neurotrasmettitore) dai nervi enterici: l’intestino si contrae meno e quindi si muove meno.
Non a caso, nello «Handbook of Experimental Pharmacology», una delle collane di farmacologia più autorevoli al mondo, i recettori CB1 vengono chiamati i «freni» fisiologici dell’apparato GI.
Gli effetti negativi della cannabis sull’apparato digerente
Sindrome da iperemesi cannabinoide
La sindrome da iperemesi cannabinoide (CHS) provoca vomito ciclico e un bisogno compulsivo di farsi docce o bagni caldi per cercare di calmare la nausea e lo stimolo a vomitare. Di solito colpisce chi fuma cannabis in quantità da molti anni.
Chi ne soffre di solito finisce dal medico per vomito acuto e nausea dopo un periodo di consumo intenso e prolungato. Dai casi clinici studiati si è concluso che la causa del problema è la cannabis.
È una malattia discussa e ancora poco studiata, ma ci sono più di una ventina di casi clinici che indicano la cannabis come causa principale. La maggior parte di questi report non spiega il meccanismo dietro questo effetto collaterale paradossale dell’uso eccessivo e prolungato.
Almeno uno studio, però, ha ipotizzato che la sindrome dipenda dall’effetto del THC sulla motilità intestinale, che potrebbe rallentare lo svuotamento dello stomaco.

Pancreatite acuta da cannabis
Oltre all’iperemesi, la cannabis è stata collegata anche a qualche caso di pancreatite acuta, anche se il legame è debole e quasi tutti i casi riguardano persone che fumavano anche tabacco da diversi anni.
Ci sono circa 18 casi di persone con pancreatite acuta (infiammazione del pancreas) in cui si è concluso che la causa ultima era un consumo eccessivo di cannabis nel periodo prima di rivolgersi al medico.
In uno di questi casi il paziente è stato seguito per diverse settimane, e si è visto che peggiorava ogni volta che fumava la cannabis che gli amici gli portavano di nascosto in ospedale.
Sembra quindi che la cannabis abbia almeno un ruolo nella comparsa della pancreatite acuta. Ma è anche possibile che queste persone avessero già un problema di base peggiorato dal consumo, o che l’effetto dipenda dalla dose o da altre molecole di segnalazione.
Anandamide e pancreatite: cosa dicono le ricerche
Uno studio recente sui livelli di anandamide nella pancreatite ha visto che l’anandamide può sia ridurre sia aumentare la gravità della pancreatite, a seconda che venga somministrata prima o dopo la ceruleina.
La ceruleina è un decapeptide noto perché influisce sulla motilità intestinale e sulla secrezione dei liquidi, e si usa anche per provocare la pancreatite negli animali da laboratorio.
In sintesi: cosa fa la marijuana agli organi dell’apparato digerente
La cannabis ha diversi possibili benefici, ma può anche avere effetti negativi sul tratto gastrointestinale, soprattutto in chi la usa da tanto e tutti i giorni. Disturbi come la sindrome da iperemesi cannabinoide e la pancreatite acuta sono stati associati a un uso prolungato ed eccessivo.
Se usi cannabis, soprattutto con regolarità e da tanto tempo, è importante che tu conosca questi possibili effetti avversi e che ti rivolga a un medico se noti sintomi che ti preoccupano.
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