Cannabis e malattie infiammatorie intestinali: cosa dicono gli studi su Crohn e colite ulcerosa
SALUTE

Cannabis e malattie infiammatorie intestinali: cosa dicono gli studi su Crohn e colite ulcerosa

Sistema endocannabinoide, studi sui topi, sondaggi tra i pazienti e il primo trial con il THC nel morbo di Crohn: cosa sappiamo e cosa manca ancora.

DI Redazione CosechaLibre6 MIN DI LETTURA

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), cioè il morbo di Crohn e la colite ulcerosa, colpiscono milioni di persone nel mondo con sintomi pesanti come dolore addominale, diarrea cronica e perdita di peso. Alcuni studi suggeriscono che la cannabis possa aiutare a gestirne i sintomi, soprattutto il dolore, ma le ricerche sull’uomo sono ancora poche e piccole.

La terapia classica per le MICI spesso passa da farmaci immunosoppressori e antinfiammatori, che possono avere effetti collaterali importanti. In questo quadro la cannabis terapeutica si è fatta strada come un’alternativa interessante da studiare per tenere sotto controllo i sintomi.

Pianta di cannabis in fioritura

Sintomi e cause delle malattie infiammatorie intestinali

Le MICI colpiscono soprattutto stomaco, intestino tenue e colon. I sintomi più comuni sono diarrea cronica, dolore e crampi addominali, perdita di peso non voluta, stanchezza e febbre. Però non tutte le persone con una diagnosi di MICI li hanno tutti.

I sintomi più comuni:

  1. Diarrea cronica: uno dei sintomi più frequenti, che può durare a lungo e debilitare.
  2. Dolore e crampi addominali: fitte alla pancia di intensità variabile.
  3. Perdita di peso non voluta: dovuta al cattivo assorbimento dei nutrienti e alla mancanza di appetito.
  4. Stanchezza: una sensazione di sfinimento continua che non passa col riposo.
  5. Febbre: in alcuni casi le MICI possono dare anche febbre.

Le cause:

La causa esatta delle MICI non si conosce, ma la maggior parte dei medici concorda che la genetica abbia un ruolo importante. Dieta e stile di vita sono decisivi per tenere sotto controllo i sintomi, ma si discute ancora se contribuiscano direttamente alla comparsa della malattia. Visto che si tratta di una condizione infiammatoria, anche un malfunzionamento del sistema immunitario potrebbe essere tra le cause.

Cannabis e malattie infiammatorie intestinali: come potrebbe agire

Secondo le ricerche, la cannabis, in particolare THC e CBD, potrebbe avere proprietà antinfiammatorie. Questi composti interagiscono con il sistema endocannabinoide, molto presente nelle cellule immunitarie, che regola la risposta del sistema immunitario. Alcuni ricercatori ipotizzano che le MICI possano essere legate a un malfunzionamento del sistema endocannabinoide, e per questo la cannabis viene studiata come possibile opzione.

L’idea di usare la cannabis nelle MICI si basa sulla sua capacità di ridurre l’infiammazione e di modulare la risposta immunitaria. È una strada che si sta esplorando sempre di più, visti i risultati osservati in alcuni studi e nell’esperienza clinica.

Cannabinoidi esogeni ed endogeni e infiammazione intestinale

Il sistema endocannabinoide ha un ruolo chiave nella regolazione dell’infiammazione intestinale, come mostrano numerosi studi. Sia i cannabinoidi prodotti dal corpo (endogeni) sia quelli che arrivano da fuori (esogeni) possono influire sull’infiammazione di stomaco e intestino, e questo apre una possibile strada per l’uso terapeutico dei cannabinoidi esogeni.

Recettori CB e colite: lo studio sui topi del 2004

In uno studio del 2004 i ricercatori hanno analizzato il ruolo dei recettori CB in topi con colite indotta. I topi senza recettore CB1 sviluppavano un’infiammazione più grave.

Inoltre, i topi trattati con un antagonista CB mostravano sintomi simili a quelli senza recettori CB. Al contrario, i topi trattati con un agonista CB erano più protetti dalla colite indotta. Secondo gli autori, questo fa pensare che potenziare la segnalazione endocannabinoide possa essere utile durante la colite.

Lo studio del 2014: inibitori della FAAH e colite nei roditori

In un altro studio sui roditori, del 2014, i ricercatori hanno dato l’inibitore della FAAH PF-3845 a topi con colite indotta da TNBS. L’inibitore ha ridotto la colite e ha mostrato proprietà antinfiammatorie, legate a cambiamenti nei livelli di alcuni biolipidi.

Anche gli inibitori della MAGL hanno dato risultati positivi. La FAAH è l’enzima che degrada l’anandamide, mentre la MAGL degrada il 2-AG: entrambi sono cannabinoidi endogeni del sistema endocannabinoide.

Più endocannabinoidi, meno colite? Cosa suggeriscono le ricerche

Le ricerche suggeriscono che aumentare i livelli di cannabinoidi endogeni potrebbe proteggere dalla colite o rallentarne il decorso, almeno negli animali. Alcuni studi indicano che il CBD agisce come inibitore della FAAH: un esempio di come i cannabinoidi esterni potrebbero influire sul sistema endocannabinoide per ottenere un effetto terapeutico.

In sintesi

La letteratura scientifica indica un legame tra sistema endocannabinoide e infiammazione gastrointestinale. Gli studi citati, fatti sugli animali, fanno pensare che intervenire su questo sistema con cannabinoidi endogeni ed esogeni potrebbe aprire nuove strade per le malattie infiammatorie intestinali, ma servono conferme sull’uomo.

Studi clinici e ricerca sull’uomo: cannabis e MICI

La cannabis si usa in medicina da secoli, e uno dei suoi primi impieghi in Europa fu contro i dolori di pancia legati al colera, grazie al lavoro del medico William Brooke O’Shaughnessy, che la portò dall’India.

Dopo quasi cent’anni di proibizionismo, la scienza moderna sta recuperando il terreno perso, e ci sono sempre più dati che fanno pensare che la cannabis possa aiutare con alcuni sintomi delle malattie infiammatorie intestinali.

Quanti pazienti con MICI usano cannabis

In un questionario su 292 pazienti con MICI, quasi il 52 % aveva usato cannabis almeno una volta per gestire i sintomi. Di questi, il 16,4 % la usava proprio per motivi medici, soprattutto per il dolore addominale. Vuol dire che una fetta importante di pazienti si automedica con la cannabis.

In un altro studio di coorte sono stati intervistati 313 pazienti con MICI: il 17,6 % usava cannabis per alleviare i sintomi della malattia.

Chi la usava riferiva miglioramenti netti nel dolore addominale (83,9 %), nei crampi (76,8 %), nel dolore articolare (48,2 %) e nella diarrea (28,6 %). Però tra chi la usava da sei mesi o più si è visto anche un rischio maggiore di finire sotto i ferri.

Cime di cannabis in fioritura

Studi osservazionali e trial clinici

Uno studio osservazionale pubblicato sulla rivista dell’Associazione medica israeliana ha seguito 30 pazienti con morbo di Crohn, una delle forme di MICI. In 21 c’è stato un miglioramento netto dopo la terapia con cannabis, e anche il bisogno di altri farmaci è calato parecchio. Al contrario dello studio di coorte, qui i ricercatori hanno visto meno interventi chirurgici tra chi usava cannabis.

Nel 2013 la rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology ha pubblicato il primo trial randomizzato e controllato con placebo sull’effetto del THC nei pazienti con morbo di Crohn.

Lo studio ha coinvolto 21 pazienti che non rispondevano alle terapie classiche, come steroidi, immunomodulatori o farmaci anti-TNF-α. Il gruppo cannabis fumava due spinelli al giorno, ognuno con 115 mg di THC, mentre il gruppo placebo riceveva infiorescenze di cannabis senza THC.

Risultati promettenti, ma su pochi pazienti

La remissione completa è arrivata per 5 pazienti su 11 nel gruppo cannabis, contro 1 su 10 nel gruppo placebo. In più, tre pazienti del gruppo cannabis sono riusciti a ridurre gli steroidi. Sono risultati che fanno pensare a un potenziale interessante del THC nel morbo di Crohn, ma gli stessi ricercatori sottolineano che servono studi più grandi per confermarli.

In conclusione

Sempre più dati suggeriscono che la cannabis possa aiutare con alcuni sintomi delle MICI. Però, per quanto i primi studi siano promettenti, serve altra ricerca per capire fino in fondo il suo potenziale e per stabilire indicazioni sicure ed efficaci. Se hai una MICI, parlane con il tuo gastroenterologo prima di cambiare qualsiasi cosa nella terapia.