Quante genetiche di cannabis esistono? Tante, e con triploidi e CRISPR saranno di più
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Quante genetiche di cannabis esistono? Tante, e con triploidi e CRISPR saranno di più

Contarle è impossibile: ogni anno ne escono di nuove. E il prossimo salto arriva dal laboratorio, tra piante triploidi ed editing genetico.

DI Redazione CosechaLibre4 MIN DI LETTURA

Un numero preciso di genetiche di cannabis non esiste: i breeder ne sfornano di nuove ogni anno, e solo il 2023 ne ha portate un sacco, molte arrivate nei growshop da poco o ancora in arrivo. E il prossimo salto non sarà solo questione di incroci: si parla di piante triploidi e di editing genetico. Qui ti raccontiamo come funziona l’allevamento delle genetiche e cosa bolle in pentola, roba che a ogni grower dovrebbe interessare.

Come si sono sempre allevate le genetiche?

Di solito le genetiche di marijuana sono diploidi, cioè hanno due serie di cromosomi. Nei semi regolari la madre passa sempre un cromosoma «X» e il padre una «X» o una «Y», per cui nascono sia femmine («XX») sia maschi («XY»).

I semi femminizzati, invece, hanno solo due cromosomi «X» della pianta femmina, e quindi danno quasi sempre figlie femmine. Sia i femminizzati fotoperiodici sia gli autofiorenti hanno una coppia di cromosomi «XX».

Piantine di cannabis in vaso

I semi triploidi, invece, hanno tre serie di cromosomi, con la serie in più che arriva dai genitori. Con un numero dispari di cromosomi la pianta triploide non può essere fecondata: il risultato sono piante sterili, completamente senza semi.

La triploidia la usano già diverse industrie, a partire da quella delle banane. L’esempio più famoso è la varietà «Cavendish», triploide, che garantisce banane da supermercato senza semi duri dentro. Siccome le piante triploidi non si possono impollinare, si propagano solo per talea (clonazione).

Semi femminizzati contro semi triploidi

Finora il breeding della cannabis, sia per le autofiorenti sia per le femminizzate fotoperiodiche, si è basato sulla genetica tradizionale «diploide» (due serie di cromosomi). Nei prossimi anni però potrebbero arrivare i primi semi di genetiche triploidi, e potrebbe cambiare tutto su resa e qualità. Ma cosa vuol dire, in pratica?

Secondo le ricerche in corso, con la marijuana triploide i livelli di cannabinoidi potrebbero restare stabili anche ai massimi, e non ci sarebbe più il rischio di ritrovarsi le cime piene di semi per un’impollinazione accidentale.

In più, le talee di una pianta triploide radicano senza problemi e diventano nuove piante triploidi sane, con la stessa genetica d’élite.

Ci teniamo a chiarirlo: la genetica triploide della cannabis non vuol dire organismi geneticamente modificati (OGM). La triploidia è una manipolazione del corredo genetico, non una modifica dei geni.

Perché le varietà triploidi potrebbero essere una rivoluzione

Le genetiche di marijuana triploidi potrebbero scatenare una rivoluzione nell’industria della cannabis, dove i prodotti finali costano cari e la domanda continua a crescere.

Per questo le triploidi potrebbero essere la prossima frontiera, con vantaggi nuovi pensati sia per chi coltiva in casa sia per chi lo fa su scala commerciale.

Cos’è l’editing genetico CRISPR/Cas9?

CRISPR è l’acronimo inglese di «Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats», cioè brevi ripetizioni palindrome raggruppate e regolarmente spaziate. La tecnica è stata messa a punto nel 2012 dalla ricercatrice francese Emmanuelle Charpentier e dalla statunitense Jennifer A. Doudna.

È una tecnica di editing genetico precisissima, capace di tagliare sequenze specifiche del DNA che formano i geni. Così i geni responsabili di certe caratteristiche della cannabis, come il colore delle foglie o la sintesi di THC o CBD, si possono modificare o eliminare del tutto. Il risultato è una pianta su misura, progettata con una precisione estrema.

Sembra un’invenzione da laboratorio, ma CRISPR in realtà è un meccanismo di difesa dei batteri, che riconoscono e tagliano il DNA dei virus per neutralizzarli. Queste «forbici molecolari» messe a punto dalle due scienziate si possono usare in cellule batteriche, animali o vegetali.

Piantina di cannabis

È un passo avanti enorme per l’editing genetico e per l’agroalimentare. In più, le piante modificate con questa tecnica non sono considerate transgeniche, perché CRISPR non introduce DNA esterno: modifica il materiale genetico senza aggiungere geni di altre specie o organismi.

Cosa può fare CRISPR/Cas9 per la cannabis

Applicare CRISPR/Cas9 alle genetiche di marijuana promette parecchi vantaggi, tra cui raccolti più omogenei e rese più alte. E poi ci sono questi altri benefici, che potrebbero aiutarti ad avere piante pazzesche:

  • Più controllo sul rapporto THC/CBD nella canapa, dove le variazioni genetiche possono far schizzare il THC oltre i limiti, con perdite pesanti per via delle restrizioni legali su questo cannabinoide psicoattivo.
  • Più THC nelle piante di marijuana, potenziandone la produzione nei tricomi o facendolo produrre anche in altre parti della pianta per una produzione su larga scala.
  • Più cannabinoidi rari o minori con potenziale farmaceutico nei fiori.
  • Più biomassa.
  • Più resistenza a malattie e fattori ambientali.
  • Più tricomi.
  • Profili di terpeni modificati.

Con queste prospettive, non stupisce che i big dell’industria della cannabis stiano investendo parecchi soldi per entrare nella corsa alle nuove genetiche.