Come nasce una grande genetica di cannabis: autoctone, ibridi F1 e reincrocio
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Come nasce una grande genetica di cannabis: autoctone, ibridi F1 e reincrocio

Le landrace sono la materia prima pura; gli incroci la trasformano. Ecco come si lavora e cosa cercare in una genetica.

DI Redazione CosechaLibre5 MIN DI LETTURA

Una varietà di cannabis «migliore» in assoluto non esiste: dipende da cosa cerchi, tra potenza, resa, sapore e resistenza. Ma tutto parte dalle genetiche autoctone, o landrace: varietà naturali che sono nate ed evolute da sole, senza mano umana, in zone geografiche precise. Sono la base pura su cui i breeder hanno costruito decenni di ibridi, e per questo conservarle è un lavoro che conta davvero.

Il punto è mantenere intatto il profilo chimico unico di queste varietà spontanee, che hanno dimostrato di sapersi adattare a climi diversissimi. È questa cura che permette di far nascere nuove varietà senza contaminazioni da ibridi.

Quando sono state scoperte le genetiche autoctone?

Quasi tutte le landrace che conosciamo oggi sono state scoperte tra gli anni ’70 e ’80, quando i pionieri della cannabis giravano il mondo a caccia di varietà mai viste. Non volevano solo capire caratteristiche e proprietà di queste genetiche: volevano anche raccogliere materiale nuovo per arricchire le loro coltivazioni. I semi e le piante raccolti partivano per altri continenti, ed è lì che è cominciata la grande diversità genetica che conosciamo.

Piantine di cannabis appena spuntate

Occhio a un dettaglio: per essere considerata autoctona, una pianta deve restare nel suo territorio d’origine. «Autoctona» vuol dire che la specie è nata e si è sviluppata da sola in una regione precisa.

Gli esemplari portati via dal loro habitat non sono più autoctoni: diventano «reliquie». Il motivo è semplice: la loro sopravvivenza dipendeva dal clima e dal terreno del posto, e nel nuovo ambiente dipende dall’intervento umano.

Cosa distingue le genetiche di marijuana autoctone

Oggi il mercato è pieno zeppo di ibridi, e riconoscere una varietà e distinguerla dalle altre è diventata roba da breeder e appassionati con anni di esperienza alle spalle: un po’ come il sommelier che indovina il vino senza guardare l’etichetta.

Le genetiche autoctone però sono parecchio diverse da quelle create dall’uomo, e la differenza si vede su più fronti.

Queste genetiche di cannabis sono più instabili, meno uniformi e rendono meno. Viene spontaneo chiedersi perché valga la pena coltivarle, quando gli ibridi danno più aroma e più raccolto. La risposta è semplice: solo le autoctone custodiscono una genetica pura, l’ingrediente base per creare nuovi incroci. Pensale come una base neutra su cui aggiungere sfumature di sapore, aroma e consistenza.

Cime di cannabis in fioritura

E non dimentichiamo la biodiversità: serve per studiare come le piante si adattano e sopravvivono in ambienti diversi. Insomma, il valore della cannabis autoctona sta nel suo contributo alla biodiversità e nella conservazione di una genetica pura.

Qual è la strategia di incrocio giusta per te?

Ibridi F1

Gli ibridi F1 si fanno notare perché sono omogenei, crescono con vigore e spesso superano i genitori nello spazio di coltivazione. Il trucco è incrociare due varietà stabilizzate e senza parentela genetica tra loro: è l’unico modo per ottenere veri semi F1.

Se vuoi tirare fuori un ibrido di livello come la Power Kush, ti servono esemplari di varietà con pedigree, come la Critical e la OG Kush. Nel mondo del breeding è la scommessa sicura: incroci due genitori stabili ma diversi, e la prole che ne esce sono ibridi F1.

Gli incroci successivi

Se incroci tra loro i figli F1 ottieni gli ibridi F2, e qui le cose si complicano. Gli F2 sono meno uniformi degli F1 e mostrano fenotipi diversi.

Incrociare fratelli è più difficile, ma si può fare. Solo che servono parecchie generazioni e una selezione dei fenotipi fatta con pazienza per arrivare alla stabilità che cerchi.

Il reincrocio (backcross)

Il reincrocio è la strategia migliore per chi fa breeding in piccolo. Funziona se conservi una pianta madre di uno dei genitori o porti avanti una linea di talee.

Si parte incrociando le due migliori varietà genitrici, poi si coltiva la prole e la si reincrocia con la pianta madre originale. Di solito bisogna reincrociare di nuovo la generazione successiva con la linea materna, e magari farne un’altra ancora, per fissare i tratti che vuoi.

Cosa cercare in una varietà di cannabis?

Se ti stai lanciando nell’avventura di creare la tua varietà, partendo da talee delle tue femmine migliori o da semi femminizzati o autofiorenti, prima di tutto devi avere chiaro quali caratteristiche vuoi.

Questa selezione è la ricetta della tua varietà personale. Se non sai da dove cominciare, questi sono i tratti fondamentali, quelli che stanno alla base dei programmi di breeding che hanno funzionato meglio.

  1. Potenza:
    La qualità del raccolto si verifica subito fumandone un pochino. Per anni si è inseguito solo il THC più alto possibile; oggi i grower puntano a un approccio più equilibrato, soprattutto nella cannabis terapeutica. Guarda anche la concentrazione di CBD e cerca il giusto rapporto tra THC e CBD. Detto questo, i classici come la Northern Lights XL o la Amnesia Haze XL hanno sempre il loro perché.
  2. Resa:
    Un buon rapporto tra cime e foglie e una produzione alta valgono oro in qualsiasi varietà. La Critical XXL, per esempio, è una vera fabbrica di cime. La sua base Skunk vigorosa la rende stabile e facile da clonare. Avere almeno un genitore forte nell’incrocio aumenta le possibilità di trovare fenotipi da paura tra i figli.
  3. Altri tratti importanti:
    Una genetica non si giudica solo da potenza e resa. Valuta anche sapore, aroma, resistenza ai parassiti, tempi di fioritura e capacità di adattarsi a ambienti diversi: sono loro a rendere la tua varietà unica e versatile. E tieni conto dell’interazione tra cannabinoidi, terpeni e flavonoidi, il cosiddetto «effetto entourage», che secondo molti potenzia l’effetto complessivo della cannabis.