THC o CBD, olio o vapo: come scegliere la cannabis per il dolore cronico
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THC o CBD, olio o vapo: come scegliere la cannabis per il dolore cronico

Prima del prodotto viene il dolore: com’è, quando picchia e cosa si porta dietro. Da lì scegli tra THC e CBD, olio o vapo.

DI Redazione CosechaLibre6 MIN DI LETTURA

Nel dolore cronico la cannabis terapeutica può aiutare una parte dei pazienti, soprattutto con il dolore neuropatico e oncologico, ma la scelta giusta non è «cannabis sì o no»: è quale cannabinoide e quale via di assunzione. In breve: il CBD si usa spesso come punto di partenza, il THC si aggiunge a dosi basse se serve, l’olio copre il dolore di fondo e il vapo i picchi. Tutto questo va deciso con un medico.

Il dolore cronico è una condizione che logora, colpisce milioni di persone nel mondo e spesso non risponde bene alle terapie classiche. Per questo sempre più pazienti, anche con dolori articolari, guardano all’olio di cannabis come opzione in più per stare meglio nella vita di tutti i giorni.

Qui vediamo come si usa la cannabis nella gestione del dolore cronico: cosa ci si può aspettare, quanto è sicura e cosa valutare prima di inserirla in una terapia.

Cannabis terapeutica e dolore cronico: cosa valutare prima di cominciare

L’uso della cannabis terapeutica contro il dolore cronico ha attirato parecchio interesse negli ultimi anni. Alcuni studi suggeriscono che possa funzionare, soprattutto nel dolore neuropatico e in quello legato al cancro.

Con questi dati in mano, è normale che pazienti e medici abbiano voglia di provarla come parte di una terapia più ampia.

Quali passi seguire prima di provare la cannabis terapeutica?

Il primo passo è una valutazione completa del paziente e del suo dolore. Bisogna capire che tipo di dolore è, quanto è forte e assicurarsi di aver già provato, senza risultati, le terapie convenzionali.

Poi ci sono altre cose da mettere sul tavolo prima di scegliere un prodotto. Il dolore cronico spesso si porta dietro stanchezza, ansia, spasticità muscolare e insonnia. Anche questi sintomi possono migliorare con la cannabis terapeutica, quindi vanno considerati come obiettivi della terapia.

Conta anche l’andamento del dolore nel tempo. È continuo o va e viene? Quanto durano le crisi? Picchia di più di giorno o di notte? Le risposte aiutano a impostare la terapia e a scegliere il prodotto più adatto.

Infine va valutato se il paziente riesce davvero a usare il prodotto. Sa usare un vaporizzatore o girarsi una canna terapeutica senza fare pasticci? Sa come si prende l’olio di cannabis per il dolore? Se il prodotto è scomodo da usare, la terapia non la segue nessuno, e allora non funziona.

Riassumendo: per molti pazienti la cannabis può essere un’opzione valida contro il dolore cronico, ma serve andarci con calma e tenere conto di tutte le variabili prima di partire.

Con una valutazione fatta bene e un’idea chiara di cosa serve al paziente, la cannabis terapeutica può diventare uno strumento utile nella gestione del dolore.

THC o CBD per i dolori muscolari?

Quando si pensa alla cannabis terapeutica per il dolore cronico, la scelta del cannabinoide è decisiva. Di solito si sceglie tra il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD), i due cannabinoidi più presenti e più conosciuti della pianta. E per scegliere bisogna capire bene cosa fa ciascuno.

Il THC ha un effetto sedativo, può migliorare il sonno e agisce sul dolore a più livelli, sia nel cervello sia in periferia. Alcuni studi suggeriscono che riduca l’attività elettrica dei neuroni che trasmettono il dolore; può anche calmare la nausea e stimolare l’appetito. Le prove sono poche, ma si pensa che nel dolore neuropatico il THC possa funzionare meglio del CBD.

Il rovescio della medaglia: il THC può dare effetti mentali non voluti, come alterazioni dello stato di coscienza e della percezione, cioè proprio la botta che cerca chi fuma per sballarsi.

Gli effetti positivi del CBD

Il CBD invece non altera lo stato di coscienza e non ti fa fatto, per cui interessa poco a chi cerca lo sballo. Ha un effetto analgesico che passa dai meccanismi antinfiammatori e agisce anche sul sistema della serotonina: per questo può essere utile con l’ansia e con i disturbi che hanno una forte componente infiammatoria o immunitaria.

THC e CBD insieme lavorano in modo particolare: secondo alcune ricerche il CBD può smorzare gli effetti nervosi indesiderati del THC, come l’ansia, mantenendone l’utilità terapeutica. Nel dolore cronico si usano spesso prodotti con rapporto 1:1 tra THC e CBD.

In commercio ci sono prodotti con concentrazioni diverse di THC e di CBD, e anche versioni bilanciate. Ai medici si consiglia di partire con prodotti a base di CBD e, se serve, aggiungere il THC a dosi basse. I prodotti con THC sopra il 20% sono più apprezzati per l’uso ricreativo che per quello terapeutico, e in terapia vanno usati con prudenza.

Come si prende l’olio di cannabis per i dolori muscolari, e le altre vie di assunzione

Nei Paesi dove la cannabis terapeutica è legale, le opzioni principali sono due: le infiorescenze secche e l’olio. Ognuna ha i suoi pro e contro, da tenere presenti quando si sceglie la via di assunzione.

Le infiorescenze secche si usano soprattutto per inalazione, fumate o vaporizzate. In tutti e due i casi l’aria passa attraverso la cannabis scaldata e ne attiva i composti.

Fumarla però è sconsigliato, per gli effetti negativi su polmoni e bronchi, anche se finora non è stato dimostrato un aumento del rischio di cancro quando si fuma cannabis pura, senza tabacco.

La vaporizzazione, invece, fa assorbire la cannabis in fretta: gli effetti arrivano in pochi minuti. Così i sintomi, come l’ansia o il dolore, si tengono sotto controllo subito. Il problema è che l’effetto dura poco, e a volte servono inalazioni frequenti.

In più, inalare cannabis può essere scomodo in mezzo alla gente, per l’odore che resta addosso ai vestiti. Per i medici è difficile calcolare la dose inalata con i dispositivi di oggi, e i vaporizzatori di qualità costano cari e sono ingombranti, quindi poco pratici fuori casa.

Olio di cannabis per il dolore: com’è?

L’olio di cannabis si prende per bocca, a gocce o con piccole siringhe dosatrici. Ci mette di più a fare effetto, di solito tra 60 e 180 minuti, ma una volta raggiunta la concentrazione nel sangue può durare dalle 6 alle 8 ore.

Rispetto all’inalazione, l’olio somiglia di più agli analgesici a lunga durata e la dose è più semplice da gestire, sia per il medico sia per il paziente. Il difetto classico è il sapore, parecchio sgradevole, che a lungo andare può far mollare la terapia.

In sintesi, scegliere tra infiorescenze e olio dipende da diversi fattori: le preferenze del paziente, quanto in fretta deve arrivare l’effetto e quanto deve durare, e aspetti pratici come il dosaggio e la comodità di portarselo dietro.