Impatto ambientale della cannabis: quanto inquina coltivarla?
COLTIVAZIONE

Impatto ambientale della cannabis: quanto inquina coltivarla?

Indoor contro outdoor, emissioni, acqua e pesticidi: cosa dicono gli studi sull’impronta ecologica della cannabis, e perché la canapa può anche dare una mano all’ambiente.

DI Redazione CosechaLibre5 MIN DI LETTURA

Coltivare cannabis ha un impatto ambientale che dipende soprattutto da come lo fai: l’indoor consuma tantissima energia, con emissioni che secondo alcuni studi arrivano a diverse tonnellate di CO2 per chilo di fiori secchi, mentre l’outdoor usa molta meno elettricità ma beve tanta acqua e, se gestito male, inquina falde e fiumi con fertilizzanti e pesticidi. La pianta di cannabis si coltiva in tutto il mondo dai tempi delle civiltà antiche, per uso terapeutico e ricreativo. In tanti posti è ancora tabù o vietata, ma in Argentina il Congresso ha approvato una legge che regola l’industria della cannabis terapeutica e della canapa industriale, e il paese sta muovendo i primi passi nella produzione, vendita ed esportazione. E la domanda che si fanno tutti è una: che impatto ha sull’ambiente?

Prima di tutto: i due modi di coltivare la pianta

Al chiuso (il famoso indoor)

La coltivazione al chiuso (serre comprese) ti dà il controllo totale su tutto, dalla luce alla temperatura, ma si paga con costi più alti, tanta energia e il relativo impatto sull’ambiente. E ridurre l’impatto ambientale complessivo dell’agricoltura è fondamentale se vogliamo un futuro sostenibile.

Coltivazione indoor di cannabis sotto le lampade

All’aperto (l’outdoor)

La coltivazione all’aperto è il metodo tradizionale e originale. Costa poco, ma dipende dal clima e dalle risorse naturali. Se terreno, acqua e controllo dei parassiti sono gestiti male, può creare problemi ambientali seri.

Quanto inquinano indoor e outdoor?

  • Ogni metodo pesa sull’ambiente in modo diverso. Secondo uno studio pubblicato su Nature Sustainability, le emissioni legate alla coltivazione di un chilo di cannabis indoor sono più o meno quelle che produci bruciando fino a 2.000 litri di benzina. New Scientist, parlando della produzione indoor su larga scala, ha riportato un’impronta di carbonio tra 2,2 e 5,1 tonnellate di anidride carbonica per chilo di fiori secchi.
  • Dall’altra parte, l’outdoor può richiedere fino a 140 volte meno elettricità dell’indoor, secondo uno studio del Cannabis Environmental Best Practices Task Force dell’Oregon, negli Stati Uniti. Lo stesso gruppo però ha segnalato il problema dell’acqua: una pianta di cannabis adulta può bere fino a 22,7 litri al giorno nei 150 giorni della stagione di crescita, quasi il doppio di una vite da vino.

Il punto è che mancano ancora regole chiare per una coltivazione sostenibile, perché gli impatti ambientali della cannabis non sono ancora del tutto chiari. Con la legalizzazione arrivata in alcuni paesi, serve con urgenza una valutazione ambientale completa.

I possibili benefici della canapa per l’ambiente

Abbiamo parlato dei rischi, ma la pianta può anche avere un impatto ambientale positivo. Un ricercatore dell’Università di Cambridge ha detto che la coltivazione di canapa può catturare la CO2 dall’atmosfera «con il doppio dell’efficacia delle foreste», e intanto fornire biomateriali a carbonio negativo per architetti e designer.

La canapa industriale, che non ha effetto psicoattivo perché contiene pochissimo THC, può fare bene anche ai terreni: si è visto che riesce a crescere in suoli molto contaminati, dove altre colture non avrebbero speranze, e a bonificarli.

E i vantaggi della canapa per limitare i danni dell’agricoltura aprono la strada a uno sviluppo sostenibile anche in altri settori: può sostituire diverse materie prime, perché con le sue fibre si fanno tessuti, carta e plastiche biodegradabili.

Pianta di cannabis al giorno 48 di fioritura

I tre problemi ambientali principali della coltivazione di marijuana

Il consumo d’acqua

La cannabis è una coltura che chiede tanta acqua e tanti nutrienti: in una stagione ha bisogno del doppio dell’acqua di mais, soia e grano. In media si stima che una pianta beva 22,7 litri d’acqua al giorno durante la stagione di crescita. Il consumo giornaliero cambia da posto a posto, a seconda di tanti fattori come la geografia, il tipo di terreno, il clima e il metodo di coltivazione, ma è assodato che la cannabis è una pianta che beve tantissimo. E con la popolazione che cresce e il cambiamento climatico, è molto probabile che la grande richiesta d’acqua dell’agricoltura peggiori la scarsità idrica nei prossimi anni.

Tanta richiesta d’acqua mette sotto pressione le fonti. Una pratica comune è la deviazione dell’acqua, cioè prelevarla o trasferirla da un bacino all’altro per irrigare. Deviare l’acqua risolve il problema della scarsità per chi coltiva, ma ne crea di nuovi.

L’inquinamento dell’acqua

La coltivazione, soprattutto quella illegale, può peggiorare la qualità dell’acqua. I pesticidi usati (erbicidi, insetticidi, fungicidi, nematocidi e rodenticidi) nei trattamenti di routine contro parassiti e malattie finiscono nell’acqua senza nessun controllo, e sono un rischio serio per l’ambiente acquatico. Dove vadano a finire fertilizzanti e pesticidi, poi, cambia da caso a caso.

Per esempio, azoto e pesticidi possono finire nell’acqua di scorrimento o infiltrarsi nella falda per colpa della pioggia o di annaffiature eccessive. Se si continua a usare acqua contaminata, gli inquinanti si accumulano nel suolo, nelle acque superficiali e in quelle sotterranee. Così, attraverso la catena alimentare, i prodotti chimici possono arrivare a minacciare persone e colture

L’ecosistema acquatico

Deviazioni e inquinamento dell’acqua colpiscono tutto l’ecosistema acquatico. La grande richiesta d’acqua delle coltivazioni nei bacini idrografici pesa parecchio sulla fauna, come pesci e anfibi, perché la cannabis si coltiva spesso proprio dentro questi bacini, dove a valle vivono specie acquatiche delicate.

È fondamentale che tutti i produttori si mettano d’accordo sull’uso dell’acqua, perché alterare la portata dei corsi d’acqua è una delle minacce più grandi per la biodiversità acquatica. E l’industria della cannabis sta diventando una grande consumatrice di acqua deviata.

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