
Lampade HPS o CFL: le differenze che contano quando coltivi
Una scalda e spinge in fioritura, l’altra costa poco e non brucia niente: ecco come scegliere tra sodio e fluorescenti compatte.
Per la coltivazione di piante come la cannabis, HPS e CFL sono due scelte classiche con caratteri opposti: le lampade al sodio ad alta pressione (HPS) sono potenti, scaldano parecchio e danno il meglio in fioritura, mentre le fluorescenti compatte (CFL) costano poco, restano fredde e consumano pochi watt. Per questo le HPS servono soprattutto a far ingrossare le cime e le CFL vanno meglio per piantine, talee e spazi piccoli. Queste differenze pesano sulla crescita delle piante, sulla bolletta e su parecchio altro.
Qui sotto mettiamo in fila le differenze principali tra HPS e CFL, così scegli con cognizione di causa quella che fa per il tuo grow.
Cos’è una lampada HPS?
Le HPS vanno forte in orticoltura perché sparano una luce giallo-arancio che fa benissimo alle piante in fioritura o in fruttificazione.

Le lampade al sodio risalgono agli anni ’30 (quelle ad alta pressione sono arrivate negli anni ’60) e da allora la tecnologia ha fatto passi da gigante. Prodotte da marchi come Philips e Osram, le HPS danno uno spettro carico di rosso, perfetto per spingere la crescita durante la fioritura.
In certi posti si usano meno perché quella luce arancione all’occhio umano non piace granché, ma in orticoltura restano diffusissime, soprattutto dove la luce naturale scarseggia, come nei paesi del Nord Europa.
Perché le HPS sono così popolari?
Rispetto ad altre opzioni, come le lampade LED, le HPS restano una scelta gettonata, soprattutto per come rendono in fioritura.
Le trovi in diverse potenze, da 250 W a 1000 W, e a seconda di cosa ti serve possono accompagnare tutto il ciclo, dalla crescita alla fioritura.
Per non perdere resa, conviene cambiare la lampada HPS più o meno una volta l’anno, o dopo quattro cicli completi di coltivazione. In breve: le HPS restano una scelta affidabile ed efficace per chi vuole risultati seri dalle proprie piante.
Cosa sono le lampade CFL?
Le CFL (Compact Fluorescent Light, lampade fluorescenti compatte) sono una scelta molto diffusa per illuminare al chiuso: consumano poco e danno una luce di qualità a un prezzo abbordabile. Se ti chiedi se servono per coltivare, la risposta breve è sì, ma con dei limiti.
Derivano dai tubi fluorescenti industriali, solo che il tubo è piegato o arrotolato su sé stesso per stare in poco spazio. Hanno un attacco a vite che porta la corrente e un alimentatore elettronico integrato, e i vantaggi sono chiari: consumano poco e scaldano pochissimo.
Le CFL hanno radici nel lavoro di pionieri come Peter Cooper Hewitt, che inventò la lampada a vapori di mercurio a bassa pressione. Col tempo, i passi avanti di gente come Hans Spanner, Friedrich Meyer ed Edmund Germer ne hanno migliorato efficienza e qualità.

Perché tanti grower cercano le CFL?
Nel mondo della coltivazione, soprattutto per piantine e talee, le CFL piacciono perché consumano poco e costano poco. In più scaldano poco, quindi vanno benissimo negli spazi piccoli.
Occhio però ai difetti: le rese restano piuttosto basse e l’intensità luminosa cala in fretta man mano che ti allontani dalla lampada. Per tirarne fuori il massimo devi adattare il grow, a partire dalla distanza tra piante e lampada e dalle annaffiature.
In commercio trovi CFL di tutte le taglie, da 25 W a 300 W, con modelli pensati apposta per la crescita e per la fioritura. Conviene cambiarle dopo circa 18.000 ore di uso, così non perdono efficacia.
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