Cannabis e Alzheimer: cosa dicono davvero gli studi
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Cannabis e Alzheimer: cosa dicono davvero gli studi

Recettori CB2, beta-amiloide, infiammazione: cosa si è visto in laboratorio e negli animali, e cosa manca ancora per parlare di terapia.

DI Redazione CosechaLibre6 MIN DI LETTURA

Sulla cannabis e l’Alzheimer ci sono risultati interessanti, ma vengono quasi tutti da studi in laboratorio e sugli animali: THC e CBD sembrano agire su infiammazione, stress ossidativo e placche di beta-amiloide, però oggi non ci sono prove che rallentino la malattia nelle persone. La marijuana negli ultimi anni è stata studiata parecchio per le malattie neurologiche, Alzheimer compreso, una malattia neurodegenerativa che colpisce soprattutto gli anziani e si porta via, un po’ alla volta, la memoria e le altre funzioni cognitive.

Le ricerche più recenti suggeriscono che alcune sostanze della cannabis, i cannabinoidi, potrebbero avere un ruolo terapeutico per chi ha l’Alzheimer.

Cannabinoidi come il THC e il CBD hanno proprietà che possono influire sui processi neurochimici del cervello e, secondo le prime ricerche, alleviare alcuni sintomi legati alla malattia.

Pianta di cannabis

Perché l’Alzheimer ha acceso l’interesse per i cannabinoidi

Nonostante trent’anni di ricerca farmacologica seria, le terapie disponibili oggi per l’Alzheimer migliorano solo un po’ la memoria e l’autonomia, senza fermare né invertire il processo neurodegenerativo.

Per questo si cercano con urgenza terapie più efficaci per un numero di malati che continua a crescere. La ricerca sta puntando su terapie «multi-bersaglio», capaci di agire su più processi della malattia contemporaneamente.

I cannabinoidi, le sostanze che arrivano dalla cannabis, attirano sempre più attenzione perché le prime prove indicano che potrebbero migliorare alcuni sintomi legati all’Alzheimer.

Il sistema endocannabinoide nel cervello con l’Alzheimer

I primi indizi sul potenziale dei cannabinoidi nell’Alzheimer sono arrivati dallo studio del sistema endocannabinoide, cioè l’insieme di recettori, molecole prodotte dal corpo stesso (i ligandi endogeni) ed enzimi che le fabbricano e le smaltiscono.

Le ricerche pionieristiche del dottor Julián Romero e della dottoressa María de Ceballos, a Madrid, hanno trovato più recettori CB2 nelle cellule della microglia, le cellule di difesa del cervello che si attivano attorno alle placche amiloidi tipiche dell’Alzheimer.

Altri studi e modelli animali hanno confermato questi risultati. In più, nei focolai di infiammazione attorno alle placche di Aβ si è vista un’attività maggiore della FAAH (idrolasi delle ammidi degli acidi grassi), l’enzima che smaltisce l’anandamide, un cannabinoide prodotto dal corpo.

Questi dati suggeriscono che i recettori CB2 e la FAAH potrebbero essere bersagli promettenti per i farmaci contro l’Alzheimer.

Il recettore CB1: un punto ancora aperto

Sul ruolo del recettore CB1 nell’Alzheimer, invece, si discute ancora. Alcuni studi indicano che lavora di più nelle prime fasi della malattia e di meno in quelle avanzate; altri non hanno trovato differenze significative tra i livelli di CB1 nel cervello di chi ha l’Alzheimer e in quello delle persone sane.

Agire sul CB1 resta comunque interessante, per il suo ruolo protettivo sui neuroni e per l’influenza che ha su processi colpiti dalla malattia. Uno studio più recente sugli animali ha visto che, togliendo il recettore CB1, l’Alzheimer avanza più in fretta in quel modello, il che ne sottolinea l’importanza.

Pianta di cannabis in vaso

Tutto questo dice che vale la pena continuare a esplorare nuove terapie per migliorare la qualità di vita di chi convive con una malattia così pesante.

In che modo la cannabis potrebbe aiutare con l’Alzheimer?

1. CBD e THC, prevenzione e declino cognitivo

La biochimica delle reti neurali umane è complicatissima e non la capiamo ancora del tutto. Quello che si sa è che tenere in salute il cervello per tutta la vita può ridurre parecchio il rischio di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, o almeno ritardarle rallentando il declino cognitivo.

L’attività fisica regolare è fondamentale per la salute dei neuroni, ma anche sostanze che arrivano da fuori, come i cannabinoidi della cannabis, potrebbero avere un ruolo nella chimica del cervello.

La cannabis contiene cannabinoidi come il THC e il CBD, che hanno effetti fisiologici rilevanti per l’Alzheimer. In laboratorio e sugli animali queste sostanze hanno mostrato effetti antinfiammatori, antiossidanti e neuroprotettivi, e perfino una certa spinta alla rigenerazione del tessuto nervoso.

Alcuni ricercatori ipotizzano che potrebbero rallentare l’Alzheimer o ritardarne l’esordio, ma nelle persone questo non è ancora stato confermato.

2. Basse dosi di THC e produzione di beta-amiloide

La beta-amiloide è un peptide che nasce dalla frammentazione della proteina precursore dell’amiloide (APP) ed è coinvolta nella formazione delle placche tossiche nel cervello di chi ha l’Alzheimer.

Uno studio del 2014 su modelli cellulari, condotto da ricercatori della University of South Florida, ha visto che basse dosi di THC possono rallentare la produzione di beta-amiloide.

In quel modello il THC non solo ha ridotto la formazione delle placche, ma ha anche abbassato i livelli di GSK3β (glicogeno sintasi chinasi-3 beta), un enzima che contribuisce a formare i grovigli neurofibrillari, fatti di proteina tau, tipici dell’Alzheimer.

3. La cannabis come antinfiammatorio

L’infiammazione del tessuto nervoso ha un ruolo chiave nello sviluppo dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative. L’infiammazione cronica può rovinare il tessuto cerebrale, e gli studi hanno mostrato che il sistema endocannabinoide partecipa alla regolazione della neuroinfiammazione.

Le ricerche hanno trovato alterazioni del sistema endocannabinoide nel cervello dei pazienti con Alzheimer, tra cui più recettori cannabinoidi nella microglia.

La cannabis potrebbe aiutare a tenere a bada l’infiammazione agendo su questi recettori, riducendo le sostanze infiammatorie e proteggendo il tessuto nervoso.

4. Proprietà antiossidanti e neuroprotettive della cannabis terapeutica

Lo stress ossidativo, causato dai radicali liberi e dalle specie reattive dell’ossigeno, è un fattore chiave nell’Alzheimer. Anche l’infiammazione scatenata dalla beta-amiloide alimenta questo stress.

In laboratorio i cannabinoidi hanno mostrato proprietà antiossidanti che potrebbero proteggere i neuroni dai danni ossidativi. Uno studio di laboratorio del 2004 ha visto che il cannabidiolo (CBD) può aumentare la sopravvivenza delle cellule esposte alla beta-amiloide, il che fa pensare a un effetto neuroprotettivo.

5. Il CBD e la neurogenesi

Oltre agli effetti antinfiammatori e antiossidanti, il cannabidiolo (CBD) potrebbe stimolare la neurogenesi, cioè la formazione di nuovo tessuto nervoso. È un punto importante per l’Alzheimer, dove la distruzione del tessuto nervoso intacca la memoria e le altre funzioni cognitive.

Uno studio del 2011 su un modello animale ha trovato che il CBD può favorire la neurogenesi nell’ippocampo, una zona del cervello cruciale e colpita dall’Alzheimer, agendo sul recettore PPARγ (recettore gamma attivato dai proliferatori dei perossisomi) e bloccando l’azione della beta-amiloide.

Mentre la ricerca su cannabis e Alzheimer va avanti, le prove, soprattutto di laboratorio e sugli animali, suggeriscono che i cannabinoidi potrebbero avere qualcosa da dire nella prevenzione e nel trattamento di questa malattia, ma mancano ancora gli studi sulle persone.

Man mano che si capisce meglio il sistema endocannabinoide e il suo ruolo nella salute dei neuroni, la cannabis terapeutica potrebbe diventare uno strumento utile per migliorare la qualità di vita di chi ha l’Alzheimer. Se una persona con Alzheimer vuole provarla, è meglio che ne parli prima con il suo medico.